
Mi hanno colpito i nuovi manifesti del Pd. Innanzitutto il rinnovato impianto pubblicitario denota un interessante miglioramento, segno che abbiano riassegnato la gestione dell'immagine dal vecchio gruppo di lemuri ubriachi a una più intraprendente muta di chihuahua in calore. E poi mi ha affascinato il look di Bersani, evidentemente ispirato a un detective da fumoso e bluesaggiante noir americano, tipo Philippe Marlowe o "Chi ha incastrato Roger Rabbit?". Il che mi ha inevitabilmente ispirato la seguente storiella semi-seria (aggettivazione inevitabile trattandosi di Pd). Ogni riferimento a cose e persone che non esistono è puramente casuale.
Quella
sera l'aria sapeva di pioggia e larghe intese. Il commissario
Pierluigi rientrò nel dipartimento dopo una cena veloce in un
ristorante economico saturo di sudore. Come al solito varcava la
soglia mentre gli altri colleghi uscivano. Ma quella sera la solerzia
notturna era giustificata, oltre che dal suo noto misantropico
stacanovismo, dalla nuova forse finale svolta che avevano preso le
indagini. In piedi in mezzo al corridoio di luci al neon, aspettò di
finire il sigaro davanti alla porta della sala interrogatori. Quindi
se ne accese un altro ed entrò. La sala era un rettangolo stretto e
semibuio con punto di fuga, sulla parete opposta alla porta, una
finestra sbarrata. La luce di un lampione fuori proiettava l'ombra
delle sbarre sul volto scavato e funereo dell'indagato. Ora che la
vedeva sotto questa luce la faccia di Silvio gli si rivelò
chiaramente la faccia di un morto. Dall'altra parte del tavolo c'era
l'ispettore Piero Fassino appoggiato alla parete, il cappello a tese
larghe calato quasi a coprirgli il profilo spigoloso. Piero guardò
il suo superiore con occhi spenti, ma che significavano da sempre:
“si comincia”. Comincia il gioco. Il gioco del poliziotto buono e
del poliziotto cattivo aveva una resa teatrale spettacolare con loro
due, era quasi arte che riscattava il cliché consumato del copione.
Pierluigi si arrotolò le maniche di camicia per giorni migliori
mentre l'ispettore attaccava con la sua parte. Non risulterà
sorprendente per chi lo conosce sapere che Piero è specializzato
nella parte del buono.
- Silvio,
voglio che tu capisca che ormai è solo questione di tempo. Le prove
che abbiamo raccolto sarebbero sufficienti anche per la giuria di
Forum. Potremmo tranquillamente andare subito a processo. Una
confessione scritta è solo nel tuo interesse.
A
Piero riusciva così bene quella parte perché alle caratteristiche
del personaggio tradizionale – garantismo, dedizione ai principi
del diritto, fiducia nella buona volontà del peggiore dei criminali
– aggiungeva un tocco personale e ambiguo di complicità emotiva
con l'indagato di turno. Pierluigi apprezzava la resa drammatica e
pratica di questo approccio, ma lo inquietava da sempre. Perché
naturalmente non poteva essere solo recita. O magari lo era un tempo,
ma Piero doveva essere uno di quei casi in cui il metodo
Stanislavskij era sfociato nella schizofrenia. Senza averne mai
discusso lo sapevano entrambi. Erano lontani i tempi in cui
l'ispettore anemico e magrolino era un esempio di intransigenza quasi
fanatica, convinto che il dipartimento dovesse adottare interessanti
metodi di investigazione in uso dalla polizia moscovita. Pierluigi
sapeva dei suoi recenti rapporti ambigui con poliziotti di chiara
fama corrotta, con papponi e presidenti del Senato. Nulla di concreto
aveva in mano, è chiaro, ma il suo intuito da vecchio segugio
disilluso non aveva ancora mai sbagliato. Lo teneva d'occhio,
all'ispettore, e intanto lo disprezzava senza esitazione. Il fumo
aveva già formato un controsoffitto denso. Il commissario poggiò le
mani sul tavolo e guardò Silvio:
- Signor
Berlusconi, sarò sincero. A me non interessa nessuna confessione.
Non vedo perché dovrei perdere anche un minuto del mio tempo per
garantirle uno sconto di pena. Ma questa è la procedura. Spero solo
che non parlando mi dia occasione per svagarmi un po'.
E
mentre aspirava dal sigaro sorrise guardandolo di sbieco.
- Ho
rivoltato la città come un calzino per arrivare a questo punto. Ho
parlato di lei con il suo ex socio Pierferdinando. Mi permetta, fare
certo tipo di affari con un quacchero è un errore da dilettanti. Mi
ha detto di aver ricevuto più di un'offerta da parte sua, ma a
quanto pare questi politicanti hanno un prezzo un po' più alto
delle sue troie. Ho fatto una chiacchierata anche con una di loro.
Ricordava
una pin up di Gil Elvgren, ma maledettamente meno pudica.
- I
suoi gorilla dovrebbero perquisire con più attenzione. Il nastro
che la Miss mi ha fatto ascoltare è una prova tanto schiacciante da
rendere il mio lavoro di una linearità imbarazzante. Per non
parlare di Gianfranco. E' una storia trita e ritrita, signor
Berlusconi: il boss alleva il suo delfino e questo al momento giusto
tenta di farlo fuori. Con il conforto ideologico di un “nuovo
corso”, magari di una rinnovata moralità nella gestione del
crimine. Magari si vanta che lui non farà affari con la Chiesa
Cattolica. E' una storia noiosa, Berlusconi, a volte il delfino ci
riesce, a volte viene ucciso dal vecchio e dai suoi fedelissimi e in
quel caso la storia è ancora più ributtante ma è comunque una
storia noiosa, alla fine anche il vecchio muore e il gioco finisce e
io sto dietro questa scrivania a nausearmi con questo spettacolo
viscido che si ripete.
Silvio
lo guardava negli occhi, ma era come uno sguardo che fissava oltre.
Il cerone, le rughe che lo crepavano qua e là, il pallore rendevano
il suo volto una maschera funeraria. Il lifting ormai impotente
lasciava colare la pelle. Lo sguardo era cupo e stanco ma solenne,
distante, come se dicesse “Il mio potere era così totale e la
tragedia che me l'ha tolto è così totale che voi omuncoli mi
infastidite a malapena il campo visivo”.
- Anche
Umberto l'ha tradita. Me lo sono lavorato ieri in questa stessa
stanza. Ha una fiducia tale nel proprio controllo del territorio che
lei non le serve più. Credo aprirà presto una faida con
Gianfranco, come se non avessi già abbastanza problemi per arrivare
alla pensione. Avrei ottenuto maggiori particolari se quel pecoraro
parlasse altre lingue al di fuori di un biascicato dialetto del
Wyoming.
Silvio
continuava a tacere, ora guardava un punto indefinito di fronte a sé.
Pierluigi battè i pugni sul tavolo e si allontanò di scatto,
voltandosi verso la parete. Questa era la parte che gli riusciva
meglio:
- Anche
stavolta il procuratore chiuderà un occhio per un piccolo incidente
all'indagato. Le scale del commissariato sono scivolose.
Gettò
il sigaro per terra. Cercò con la coda dell'occhio Piero, in attesa
che lo interrompesse. E fu allora che lo vide. Fu un attimo, un
frangente. Vide Piero chino su Silvio a sussurrare qualcosa. Silvio
impassibile, l'ispettore ossequiosamente chino in una postura che
l'attimo dopo dissimulò ciondolando intorno all'indagato. Pierluigi
rimase voltato, immobile. Tradendo solo qualche secondo di ritardo
rispetto al copione Piero iniziò con la sua battuta:
- Commissario,
basta così, il procuratore non chiuderà un occhio anche stavolta.
Abbiamo tutto il tempo...
Pierluigi
interruppe bruscamente la commedia:
- Piero,
vammi a prendere i fascicoli sulle rogatorie del signor Berlusconi.
Sono sulla mia scrivania.
L'ispettore
lo guardò con aria interrogativa. Dopo qualche secondo si mosse, lo
sguardo rivolto in basso. Uscì e richiuse la porta dietro di sé con
un'espressione confusamente colpevole. Al “clic” della porta
Pierluigi si mosse e la chiuse a chiave. Puttana miseria. Avrebbe
dovuto capirlo. Si era fatto fregare come un dilettante. Avrebbe
dovuto capirlo due settimane prima: gli uomini di Beppe avevano fatto
irruzione nel covo del boss siciliano Renato e Piero li aveva
definiti squadristi. Era il campanello d'allarme, ma Pierluigi non
l'aveva colto. Quello stesso Renato che aveva definito pubblicamente
l'ispettore un “terrorista mediatico e un comunista
demistificatore”. Un giornalista del New York Times aveva parlato
di sindrome di Stoccolma. Altro che schizofrenia.
Pierluigi alzò gli
occhi su Silvio. Era rimasto immobile nella stessa posizione, lo
sguardo sempre su quel punto immaginario, ma adesso sorrideva. Il
commissario non credeva in Dio, ancor meno nel diavolo, ma quel
sorriso era demoniaco. Piegava la pelle del viso tumefatto dal
lifting cadente in una smorfia bestiale. Nell'antro cavernoso di
quella smorfia i denti erano di un giallo marcescente. Pierluigi lo
studiava e per la prima volta da anni non sapeva cosa fare. Osservò
il collo di Silvio, poco sotto la mascella vide uno strano segno
nero. Lo notava solo adesso che la luce del lampione lo illuminava
radente. Si avvicinò. Lungo tutto il collo correva una linea netta
su cui il cerone era depositato a grumi. Allungò la mano. Tremava,
benché razionalmente non avesse ancora realizzato nulla.
Intelligenza del corpo. Tirò la pelle della guancia di Silvio che si
deformò fino ad aprirsi morbidamente. In mano gli restò una
plastica appiccicaticcia e farinosa. Adesso anche l'altra mano
tirava. La maschera funeraria si crepava silenziosamente e si apriva
lasciando emergere come da un cesareo un altro volto. Sporco di grumi
cosmetici e gelatina amniotica. Pierluigi rimase lì pietrificato,
cercò di urlare, ma il grido gli rimase in gola. Sotto la maschera
il volto era quello di Pierluigi Bersani, commissario del New York
City Police Department, stimato uomo di legge, detective dalle
provate capacità investigative, a sua detta maledettamente
sentimentale.